Dopo il ponte di ferragosto ritorno a Milano. Il ritorno è stato in treno e fortunatamente non ho trovato maltempo, mi aspettava per il giorno dopo.
Già la mattina presto, proprio nel dormiveglia, sentivo la pioggia e la maledicevo, pur sapendo che è necessaria. Ciò nonostante, da ottimista, pensavo che sarebbe finita prima che arrivasse l’ora di uscire. Così dopo un pò mi sono svegliato e ancora con fuori lo scrosciare della pioggia sono andato a fare colazione, pensando se fosse il caso o no di rischiare. Mi tagliavo la pesca e cercavo sposmadicamente un canale televisivo dove dessero le previsioni del tempo, volevo sentirmi dire che la pioggia a Milano sarebbe durata ancora 5 minuti al massimo. Come disse una volta un mio amico: “chi vuole puole” (parafrasando “volere è potere”). Poco dopo aver sentito al meteo che la pioggia sarebbe imperversata solo la mattina nel nord Italia, mentre ancora mi mangiavo la pesca ha smesso di piovere. Apro la finestra, no, non è un’impressione, ha smesso. Le foglie sono tutte ferme. Grazie. Corro fuori? Mi prendo lo stesso qualcosa per coprirmi? Volo verso l’ufficio (ped)ali ai piedi? Pensando a tutte le ipotesi più intelligenti vado a lavarmi i denti, proprio in quel momento ricomincia a piovere. Porc… %&£‘nnagg’$€§@ Passo i minuti che mi separano dall’uscita continuando a guardare fuori dalla finestra alla ricerca di niente, ma trovo solo acqua che scende dal cielo.
Piove. Non c’è niente da fare… Prendo la bici? La metro? Devo andare anche da altre parti questa mattina, conviene prendere un giornaliero: 3€… e se poi smette quando arrivo in ufficio? No, il nervoso sarebbe troppo… Dai posso farcela, ma l’ha detto anche un mio amico che “il vero ciclista si vede con il brutto tempo”. Non sarà la fine del mondo…
Ok, ci sono, sono carico. Non ho gore-tek, non ho cose particolari, solo un giubbetto mezza stagione impermeabile, con cappuccio. Per la borsa del pc basta un sacchetto di plastica del supermercato, piazzato in modo tattico non arriverà nemmeno una goccia al pc.
Scendo le scale, vado in cortile. Piove. Piove proprio, non è solo il rumore. … sono sicuro? Non l’ho mai fatto… e i freni? le macchine? Dai, sono solo quattro gocce, non è un diluvio, tutto sommato il tempo è anche magnanimo. E poi se mi fermo adesso come farò in inverno? Perchè io voglio farmi tutto l’anno in bici, vero? Certo! Allora cosa aspetto? Prendo il coraggio a due mani e vado in cantina a prendere la bici.
Incoraggia. La guardo, è arrugginita (ha passato sei anni ferma in cantina prima che tre mesi fa la riprendessi), ma ciononostante è ancora ottima. Mi guarda e dice: “ti ci porto io, non avere paura”. Apro il portone, guardo la strada, come tutte le mattine, e via la prima pedalata. Dopo soli 10 metri mi rendo conto di quanto siano utili quei palandrani che si mettono i centauri in motorino. I pantaloni sono già zuppi, è un cotone leggerissimo, si bagna in fretta, il vantaggio è che si asciugeranno anche in fretta… Scarpe: zuppe. Si, devo proprio farmelo un set anti-pioggia.
Mentre procedo per le strade deserte di Milano prendo confidenza con questo nuovo stato umido in cui si trova la mia bici, per fermarmi è necessario il triplo della distanza. Anche questo è un’aspetto che devo approfondire. Mi rendo conto che non sono più a Milano, è una città simile, le vie sono disposte nello stesso modo, ma il paesaggio è totalmente diverso. Ci saranno dieci macchine in giro, persone ancora meno, la luminosità particolare trasforma ogni ombra in un nero incredibile e le parti in luce sono come sotto la luce di un neon soffuso e scuro. Il parquet e i binari sono più insidiosi del solito, le curve devono essere fatte più larghe, le macchine vanno tenute d’occhio maggiormente, il parco ho preferito non farlo per evitare la ghiaia annegata nel fango. Un’altro ciclista litiga con il palandrano, più attrezzato e previdente di me, ma non sembra comodissimo.
Dopo qualche minuto in più del solito sono in piazza Cavour, davanti al mio ufficio. Mi fermo, il mio solito posteggio è libero, per forza, sono il solo ad essere arrivato in bici. Catena, lucchetto. Mi giro verso l’entrata del mio posto di lavoro, con il sorriso in faccia, sono arrivato. La mia prima traversata sotto la pioggia è avvenuta senza traumi. Ce l’ho fatta, io, da solo con la bici. Entro, pantaloni e scarpe zuppe, ancora la faccia bagnata di pioggia, ancora il sorriso beota sulla faccia, mani rivolte al cielo con due dita alzate in segno di vittoria. Mi guardano, mi chiedono cosa sia successo e dico loro che sono arrivato in bici. La risposta prevalente è “sei pazzo”. La soddisfazione è tanta, sarà forse poco per molti, ma è tanto per me. Ancora adesso che scrivo mi sento orgoglioso del fatto che posso andare ovunque e comunque con le mie due ruote.
Mancano ancora alcuni dettagli, alcuni accorgimenti ma posso dirmi pronto per l’inverno. So che questa è stata solo una prova, per vedere se avevo il coraggio di andare avanti. So che ci saranno tempi peggiori, so che ci saranno freddi e diluvi che adesso nemmeno immagino. Ma ora so anche che potrò affrontarli.
Sono le condizioni peggiori che rendono le cose straordinarie.
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